Ridurre davvero i femminicidi

Non sono mai stata una fan accanita del termine “femminicidio”. Sono una convinta sostenitrice della parità, dell’uguaglianza fra uomo e donna. E “femminicidio” ha semanticamente intrinseca la differenza. Un trattamento speciale.

Insomma, un omicidio è un omicidio!

Non ha sesso, colore, provenienza o qualsiasi altra categoria demografica che dovrebbe essere relegata ai sondaggisti.

Dovrebbe, appunto. Ho usato il condizionale non a caso. Perché ho sempre pensato che coniare questo termine avesse anche un’altra sfumatura, quella che riflette nel nostro linguaggio l’essenza della nostra società. E nella nostra società queste differenze, ahimè, ci sono. Ci sono nel lavoro, in famiglia, nello sport e in qualsiasi ambito una donna si trovi a vivere. Femminicidio vuole rimarcare queste differenze e lanciarne l’allarme. Vuole rimarcare che ogni due giorni viene uccisa una donna da compagni o fidanzati, perché la maggior parte delle violenze, si sa,  avviene fra le mura domestiche. Vuole rimarcare che esiste una sovrastruttura culturale retrograda e patriarcale che deve essere superata. Per avere un’idea del fenomeno pensiamo che sono 7 milioni le donne che hanno subito una qualche forma di violenza, che vanno dalle molestie allo stalking fino al femminicidio.

Non sono numeri da sottovalutare.

Superare questa mentalità non è certo lavoro facile, per cui non è sufficiente una legge. La legge è un supporto, che certo ha contribuito alla riduzione dei casi di femminicidio dal 2013 a oggi.

L’ambito su cui si deve intervenire è quello educativo, quello culturale, sentimentale. La relazione che esiste tra l’omicidio e il rapporto sentimentale esistente o passato fa capire come sia il possesso, il controllo a muovere le maglie di questi meccanismi. La gelosia, il confronto. E il fatto che la maggior parte delle vittime abbiamo un’età compresa tra i 18 e i 30 anni ci fa capire come probabilmente queste ragazze ci abbiano provato ad essere autonome, indipendenti, libere. E’ mancato loro l’aiuto, il supporto e il sostegno.

I centri antiviolenza e le associazioni continuano a chiudere nei territori per mancanza di fondi. Non possono offrire supporto legale, sostegno psicologico e logistico. Molte donne senza i centri antiviolenza finiscono abbandonate, in mezzo a una strada.

Bisogna rafforzare la rete di supporto attorno a queste persone per non lasciarle sole, per essere un’alternativa effettiva alla prigione domestica. Per dare forza, coraggio, fiducia sul fatto che esiste una via d’uscita. Il Governo, nel 2013, ha stanziato 10 milioni all’anno per i centri antiviolenza. Sono vincolati, ci sono, esistono. Vogliamo tirarli fuori?

Le generazioni future rappresentano la nostra occasione di riscatto e sono convinta che la scuola sia la chiave di volta di questo riscatto. Insegnare e praticare l’uguaglianza, il rispetto per l’altro e per le differenze a scuola è il primo passo verso la civiltà. La scuola deve accompagnare i giovanissimi, indipendentemente dal genere, ed educarli alla parità. Non sono parole dal significato effimero ma estremamente concrete. Certo, la politica deve condurre questi percorsi favorendo sempre di più le politiche per l’emancipazione e l’autodeterminazione. Abbiamo spianato la strada, ora dobbiamo percorrerla tutti assieme.

Spesso alla base della violenza ci sono motivi economici. Su questo la politica è intervenuta e dovrà intervenire ancora. Attraverso il lavoro e l’indipendenza economica le donne saranno finalmente libere e indipendenti. Se non si interviene su questo, sarà sempre lo scoglio più difficile da superare perché, per esempio, non si avrà la disponibilità economica per poter scegliere se separarsi o meno, lasciare casa, partire.

Mi scuso se troverete un po’ troppo accalorato questo mio intervento, ma credo che tante ragazze avrebbero potuto avere un’alternativa.

Forse, qualcuno avrebbe dovuto dire loro che non si dovevano sentire inferiori a nessuno, che avevano un valore indipendentemente dal loro compagno, che era giusto che si sentissero realizzate nel lavoro o nella famiglia o in entrambi gli ambiti, che l’importante era che fosse una loro scelta. Che la violenza è sempre sbagliata, anche quella verbale. Che qualcuno poteva aiutarle, che la vergogna non è da contemplare quando è giusto denunciare. Che i figli, certo, stanno bene in famiglia ma se in famiglia c’è amore non se c’è violenza.

 

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