Parità di genere: una questione aperta

Alessandra Casarico docente di Scienza delle Finanze sostiene che “La presenza di più donne nelle stanze dei bottoni migliora la qualità della politica”. Significa che sappiamo amministrare meglio, che dedichiamo più risorse agli investimenti che alla spesa corrente, specie nei settori dove tutti sostengono sia giusto investire ma che poi vengono accantonati in nome della spending review: istruzione e ambiente.

I numeri dell’inchiesta riportata ieri da Repubblica parlano chiaro: la parità di genere è ancora lontana, anche se su certi aspetti abbiamo fatto grossi passi avanti.

Appartengo al Parlamento che ha la più alta percentuale di donne della storia così come la percentuale di donne che siedono nei banchi del Governo. Siamo tante e abbiamo curriculum ben nutriti.

Infatti, il mio auspicio non sono tanto le “quote rosa”, ma una valutazione paritaria di meriti e competenze. In attesa di questo cambiamento culturale e di mentalità, le norme anti-disparità rimangono l’unica soluzione. Non sono mai state una priorità come in questi cinque anni. Abbiamo cercato di incentivare le assunzioni, abbiamo messo fine alla pratica delle dimissioni in bianco, abbiamo la doppia preferenza e il bonus bebè.

Non è abbastanza. La questione femminile nel nostro Paese rimane una questione aperta che tocca vari aspetti della sfera pubblica e privata, ma che hanno una radice comune: il lavoro.

Se il numero delle donne occupate sta progressivamente crescendo, così come le opportunità di indipendenza economica, sono poche quelle che occupano posti di comando. Anche se può sembrare un’inezia, la dipendenza economica è la chiave di volta per superare la mentalità patriarcale che ha caratterizzato per troppo tempo il nostro Paese.

Più donne lavorano, più sono indipendenti, libere di scegliere. Senza dover chiedere a nessuno. Senza dover dipendere da nessuno.

Spesso si pensa alle donne come adatte principalmente ad occuparsi di problemi legati alla cura della persona. Siamo anche avvocatesse, scienziate, ingegneri, esperte di finanza, amministratrici d’azienda. Il Paese sembra non accorgersene. E la beffa è che solitamente siamo pagate meno dei nostri colleghi uomini.

Rispetto all’indice di parità salariale, siamo al 124° posto della classifica su 136. La competitività del Paese e delle nostre aziende risente anche di questo parametro perché frena lo sviluppo del talento. Mettere nelle stesse condizioni di lavoro i due generi, quindi fornire asili, paternità, parità salariale, avrebbe un impatto immediatamente positivo sui risultati e sull’economia in generale. Ma, a beneficiarne, sarebbe sicuramente il rapporto di equilibrio fra i due generi nel lavoro, in politica, in famiglia.

A questo, in Italia, si aggiunge un’altra differenza, quella tra nord e sud. Lasciare che nel sud Italia questo gap si cronicizzi significa creare un enorme ostacolo per tutti, dal punto di vista economica ma soprattutto per quanto riguarda il benessere di una società intera.

La politica e i rappresentanti dei cittadini hanno certamente un ruolo cruciale per dettare le linee di indirizzo e dare l’esempio, ma il vero cambiamento nasce dalle azioni quotidiane di ognuno di noi. È una responsabilità, un impegno che dobbiamo prenderci tutti.

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