L’educazione per sconfiggere la cultura del possesso

L’ultima è Noemi. Ha 16 anni, uno in meno del fidanzato che l’ha uccisa. Anzi, no. Non è Noemi, ma Elena, uccisa a Casale dopo una lite con l’ex compagno. L’elenco è una corsa contro il tempo. Poi ci sono le turiste americane, la ragazza venuta in Italia dalla Finlandia per imparare l’italiano, la ragazza belga e la transessuale. Ci sono i titoli di giornale. E poi ci sono i commenti alle notizie. “Eh, se la sono un po’ cercata..”, “Però erano ubriache!”, “Era un rapporto consensuale”. Non voglio andare oltre.

Oltre il disgusto per queste storie di violenza, mi ha colpito il modo con cui queste storie sono state raccontate e commentate. Non sta a me la valutazione giudiziaria dei casi, sarà la magistratura a fare chiarezza.

Mi ha colpito che pochi hanno trovato il cuore del problema. Perché, alla fine dei conti, la responsabilità non è di chi commette violenza, salvo nei casi in cui il criminale non sia di nazionalità italiana. Le ragazze (ubriache) mentono perché si sono fatte una fantomatica assicurazione sullo stupro; se era sera, cosa ci facevano in giro a quell’ora? E via dicendo… Assistiamo sempre un ribaltamento delle situazioni, delle responsabilità a seconda della convenienza del momento.

Come diceva Martin Luther King “Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni”.

Quello che mi preme, è portare all’attenzione il vero punto su cui ci si dovrebbe interrogare: il rapporto di squilibrio che continua ad esserci tra uomo e donna. E’ una concezione ancora troppo radicata nella nostra cultura e che ne regola i rapporti. La parola chiave è il consenso, che implica un rapporto paritario, la libertà di scegliere, la consapevolezza.

Su questo è necessario fare una grossa riflessione. L’Istat ci dice che in Italia 1 milione e 150 mila donne hanno subito una violenza sessuale o un tentativo di violenza. Riguarda tutte le fasce di popolazione, indipendentemente da reddito e livello d’istruzione, e in 6 casi su 10, si conosce bene chi commette violenza. Partner, amici, ex fidanzati. Ancora, purtroppo esiste un enorme sommerso, perché in molti casi non si denuncia e non si chiede aiuto per paura, inconsapevolezza, vergogna. Come se, la responsabilità non sia di chi commette violenza, ma di chi la subisce. Ecco il ribaltamento di cui parlavo prima. Le “ragioni” della violenza riguardano spesso il rifiuto, la separazione, il possesso. Alla base, quindi, manca la consapevolezza del rapporto equilibrato, paritario, libero. Come se si avesse il potere di decidere sulle scelte, la vita dell’altro.

Un Paese civile non può tollerare questa mattanza. Le leggi ci sono. Gli sforzi per rendere le donne più indipendenti pure, anche se è ancora lungo il cammino da fare. Il lavoro più complesso e difficile da fare è quello educativo e culturale. Mi ripeterò, lo so, ma è sempre troppo poco lo spazio che si da all’educazione sentimentale. Quella che dovrebbe imprimere proprio la cultura della parità, del rispetto e del riconoscimento dell’altro. E’ il lavoro che darà i frutti migliori. Parallelamente, dobbiamo costruire una rete di sostegno per non far sentire sole le persone che denunciano. Dobbiamo impegnare sempre più risorse per fornire loro supporto logistico, psicologico ed economico. Allo stesso tempo, rendere le nostre città un po’ più sicure sarebbe utile. Perché l’idea che il comportamento di ognuna di noi debba essere condizionato dalla paura e dall’insicurezza è sbagliato ed ingiusto.

Ognuno di noi deve fare la sua parte per ribaltare questa situazione. La politica. I giornalisti. Gli intellettuali. Gli uomini e le donne che non si rassegnano ad essere rappresentati come sesso forte o debole.

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