Il ritorno alle politiche industriali

‘Tutto va per il meglio, nel migliore dei mondi possibili’ così Candide e Pangloss si ripetevano a fronte ad ogni nuovo disastro che si abbatteva sugli umani.

Con lo stesso ottimismo ci siamo posti di fronte a globalizzazione, nuove tecnologie, robotizzazione: fino ad alcuni decenni fa eravamo convinti che fossero le leve di sviluppo delle economie avanzate, mentre oggi, a fronte di dati di crescita del PIL ( ma forse occorrerebbe considerare, come molti economisti sostengono, anche altri indicatori di sviluppo) deludenti, al contempo, dell’aumento delle sperequazioni tra classi sociali e all’ impoverimento della classe media, se ne colgono soprattutto le criticità e ci si interroga sui possibili strumenti di soluzione.

Gli ambiti in cui il decisore pubblico deve trovare risposte sono due: la prima è di ridisegnare un sistema di welfare, la seconda riguarda nuove politiche di sviluppo

Con uno spirito razionale illuminato nostro compito è quello di trovare una governance a quella che oggi viene definita industria 4.0  per accompagnare la transizione ed evitare che inneschino un ulteriore impoverimento del tessuto produttivo e una perdita di posti di lavoro.

Come cambia il peso dell’industria

“Di tutto conosciamo il prezzo, di niente il valore” Friedrich Nietzsche

A lungo si è ritenuto che i paesi avanzati potessero reggersi sul terziario e sulla finanza, trascurando il valore dell’economia reale (ed in particolare dell’industria): solo negli ultimi quindici anni a livello mondiale il peso dell’industria sul PIL è passata dal 31% al 28%, quello del manifatturiero dal 19% al 15%. Tale tendenza è comune a quasi tutti gli Stati, con l’eccezione della Germania ( dove è rimasto sostanzialmente invariato) e della Cina, dove la flessione del manifatturiero è stata di soli due punti percentuali, ma l’incidenza  sul totale del valore aggiunto supera ancora il 30%.

In Italia, dal 2010 al 2015, il peso dell’industria ha mostrato una flessione di 3 punti percentuali, quello del manifatturiero in senso stretto ben di 4, sebbene dopo la Germania resti  il secondo paese manifatturiero in Europa.

Tali dati sono il frutto di una trasformazione economica e al contempo di un diverso atteggiamento dei governi nazionali nei confronti delle politiche industriali: infatti, se dal dopoguerra agli  anni 60 vi era stato ruolo attivo dello Stato nelle politiche industriali, negli anni 70 e 80 inizia a svilupparsi un approccio verbale verso la deregulation, negli anni ’90  fino allo scoppio della crisi finanziaria assistiamo al trionfo del neoliberismo, in cui non solo i governi nazionali rinunciano a indirizzare le politiche economiche, ma mostrano anche un forte deficit di regolamentazione.

Figura 1 Incidenza sul PIL dell’industria, confronto 2000/2015

Fonte WorldBank 2016

Figura 2 Incidenza sul PIL del settore manifatturiero, confronto 2000/2015

Fonte WorldBank 2016

Oggi, in Italia , sebbene vi siano  casi (quali, ad esempio il farmaceutico o l’alimentare e imprese- le medie imprese di alcuni distretti) in controtendenza con ottime performances di redditività e crescita dell’occupazione, alcuni settori industriali tradizionali soffrono di capacità produttiva inutilizzata, nel contempo molte pmi sono cessate o non dispongono del capitale necessario a una crescita dimensionale,mentre le  grandi imprese spesso preferiscono unicamente utilizzare la liquidità di cui dispongono piuttosto che mirare a una crescita interna.

Nel caso dei distretti industriali, l’avvento della globalizzazione configura uno scenario evolutivo contraddittorio, detto anche location paradox (Storper, 1997; Enright, 1998; Porter, 1998). Da un lato, infatti, la globalizzazione dell’intero sistema economico, che abbatte molti costi di transazione, sostenuta dalle nuove tecnologie, induce anche i sistemi produttivi tradizionalmente più chiusi a superare i propri confini alla ricerca di nuove configurazioni; dall’altro, la maggior facilità di trasferire ed imitare competenze e modelli produttivi “standard” rafforza l’importanza di quei vantaggi competitivi radicati in specifici contesti locali, proprio perché più difficili da imitare. Il location paradox impone alle imprese distrettuali una scelta tra lo slancio verso nuove opportunità di crescita all’esterno, con il rischio di indebolire le reti di contatti tipici delle imprese distrettuali, ed il focus locale sui tradizionali vantaggi specifici del distretto, con il rischio di precludere i vantaggi di un modello competitivo più aperto alle interazioni con l’ambiente esterno.

Il ritorno delle politiche industriali

La difficoltà non sta nelle idee nuove, ma nell’evadere dalle idee vecchie, le quali, per coloro che sono stati educati come lo è stata la maggioranza di noi, si ramificano in tutti gli angoli della mente”

John Mainard Keynes

Il sostegno alla crescita non può prescindere da un disegno organico di politiche industriali, dopo che per anni in cui l’orientamento generale è stato caratterizzato da un approccio verbale e di deregulation da parte dei governi nazionali nei confronti delle politiche industriali. Ma cosa si intende oggi per politica industriale ? L’industria secondo le definizioni della letteratura corrente in materia (Bianchi) include non solo il tradizionale settore manifatturiero ma anche la produzione di servizi, che sono sempre più legati e connessi con i beni fisici (lo sviluppo terziario è trainato dai servizi alle imprese) . La politica industriale, deve essere considerata come un insieme di interventi  dinamici che fissano le regole del gioco concorrenziale da un lato, e che accompagnano il cambiamento strutturale dell’economia dall’altro.Le misure mirate a promuovere l’accesso alle risorse e il loro sfruttamento sono sia orizzontali, vale a dire applicate nella stessa maniera a tutte le industrie, che verticali, vale a dire specifiche ai settori.

Una “politica industriale” racchiude elementi  di innovazione, cultura d’impresa e di mercato, fiscalità equilibrata, strumenti di accesso al credito Una “politica dell’offerta” e un“politica della concorrenza” contro oligopoli e rendite di posizione.

Fonte Pelkmans, 2006

Oggi diventa  necessaria una promozione   dell’innovazione ( capitali pazienti)e  degli  investimenti  mirata  ad aumentare la produttività aggregata dell’economia.

L’economia moderna è anche un’economia della conoscenza. Essa impone cambiamenti delle realtà distrettuali anche dall’interno. Per occupare i nuovi spazi aperti dalla globalizzazione, i distretti devono confrontarsi con processi continuativi di innovazione: modificando i prodotti e il modo in cui vengono fabbricati, valorizzando quelle core activities, sulle quali si fonda il loro vantaggio competitivo.

La nuova politica industriale deve essere in grado di costruire infrastrutture (banda larga e trasporti), sostenere  alle imprese innovatrici , con

attenzione alla qualità del prodotto e alla sostenibilità , investono in ricerca interna o in collaborazione con Università e centri di ricerca.

La rivoluzione informatica e digitale, con le potenzialità del cloud computing, dell’e-learning, della robotica e della cyber security, ha  ricadute  non solo sull’industria in senso stretto, ma sulla riorganizzazione dei servizi, in ambiti come quello sanitario e sociale. Inoltre, la transizione ecologica ed energetica, con lo sviluppo delle fonti di energia rinnovabili e della mobilità esostenibile (con le conseguenti ricadute sul settore dei trasporti) e le potenzialità connesse all’economia circolare costituiscono settori in cui si possono coniugare aspetti ambientali ed economici.

La nuova scommessa delle politiche industriali sarà quella, quindi, di avere una connessione stretta con gli aspetti sociali e ambientali, perché lo sviluppo, oltre ad esserci, sia equo e sostenibile

Misure indirette Misure per l’industria (politiche industriali)
Condizioni della concorrenza Misure orizzontali Misure verticali
  • stabilità macroeconomica
  • politiche del lavoro
  • istruzione
  • politiche agricole
  • politiche per i servizi
  • politiche del territorio
  • politiche infrastrutturali
  • politiche redistributive
  • politiche del lavoro
  • istruzione
  • politiche agricole
  • politiche per i servizi
  • politiche del territorio
  • politiche infrastrutturali
  • politiche redistributive
  • regolamentazione dei prodotti
  • promozione dei prodotti nazionali
  • sviluppo e programmazione regionale
  • controllo dei prezzi
  • sussidi allo sviluppo
  • promozione delle esportazione
  • sostituzione delle importazioni
  • politiche ambientali specifiche
  • politiche per la concorrenza
  • aiuti di stato
  • industrie di rete
  • politiche regionali e di coesione
  • miglioramento procedure amministrative
  • programmi di ricerca
  • stimolo all’innovazione
  • imprenditorialità e capitale di rischio
  • capitale umano e qualificazioni
  • fondi per la ristrutturazione
  • ordini pubblici generali
  • politiche per le pmi
  • diffusione dell’innovazione
  • networking
  • interventi settoriali
  • politiche di settore
  • politiche di filiera
  • promozione di cluster
  • politica commerciale
  • aspetti specifici di politica regionale
  • politiche tecnologiche
  • ordini pubblici a specifiche imprese o industrie

 

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