Le democrazie sono influenzate dalle fake news?

È da un po’ di giorni che si fa un gran parlare di fake news, bufale e di quanto influenzano l’opinione pubblica. Poi ci sono gli haters e i dibattiti sulla post verità.

Siamo costantemente immersi in un vortice di informazioni, post, tweet che rendono ancora più difficile la comprensione del mondo. I vaccini causano l’autismo, il surriscaldamento globale non esiste, l’Europa ci costringerà a mangiare le cavallette… e potrei continuare. Queste non sono altro che bufale!

Tutto viene messo in dubbio. Che non è di per sé un elemento negativo. Lo diventa nel momento in cui tutto diventa relativo, anche la scienza, e nel momento in cui qualcuno guadagna fior di quattrini speculandoci sopra. E credetemi, non si tratta solo di qualche clic, ma di milioni di clic che vengono monetizzati.

A chi giova far circolare una certa “notizia”? Chi ha interesse nel manipolare le informazioni a proprio vantaggio? Una notizia diventa automaticamente vera solo perché circola sul web.

Il caso tocca da vicino anche l’Italia, come hanno mostrato le inchieste uscite sul New York Times e Buzz Feed negli Stati Uniti, su una vera e propria industria di produzione di fake news. Sono siti e pagine Facebook con posizioni ultra conservatrici, complottiste, di estrema destra o simpatizzanti dei 5 stelle e della Lega.  Compiono un articolato lavoro di disinformazione che, ovviamente, influisce sui meccanismi decisionali ed elettorali, aggrava il clima di paura e di rabbia sociale perché influisce sulla percezione della realtà.

Abbiamo visto tutti l’immagine che circolava sui social di Laura Boldrini e Maria Elena Boschi durante un funerale. Qualcuno ha fatto girare la foto con scritto che il funerale era quello di Riina. Ecco, se non è propaganda feroce questa…

È importante porre la questione sul dibattito pubblico? Io penso di sì. Intanto, per chiarire come stanno le cose e poi perché non si può restare in silenzio quando si paragona la scienza alla stregoneria, quando si infangano le persone solo perché sono avversari politici o persone più sfortunate di noi, per aumentare la conflittualità sociale. È utile? Sì, perché il dibattito si arricchisce e diventa più limpido.

Gli strumenti legislativi si muovono in un confine scivoloso e i tempi sono troppo ridotti per una discussione serena e proficua. Nel frattempo vorremmo monitorare per avere il polso della situazione. È positivo che i grandi del web stiano facendo una riflessione su questo, penalizzando la diffusione di contenuti discutibili. Ma non credo sia abbastanza lasciare alla discrezionalità di chi gestisce questi grandi network questa responsabilità. È una responsabilità della politica volere che la moderazione sia più attenta. Di pari passo, stiamo lavorando per estendere alla rete i reati di diffamazione, minacce, stalking, pedopornografia e trattamento illecito dei dati personali. Ma anche di terrorismo, eversione, apologia del fascismo, istigazione e delinquere e associazione mafiosa. Mi pare una soluzione di buon senso e che tutte le forze politiche dovrebbero fare proprie, altrimenti è propaganda. Tutti parlano di trasparenza e poi quando si tratta di metterla in atto, si tergiversa.

Le fake news nascono dalla sfiducia nei confronti della classe politica, delle istituzioni, dei mass media, ma è evidente che il problema è culturale e che la scuola dovrebbe fornire riferimenti più solidi così da sviluppare capacità di analisi e senso critico. Si pone il problema di dare alle giovani generazioni gli strumenti per comprendere le notizie e i rischi del web, per ricercare le fonti e verificarle. Non è un risultato che si ottiene dall’oggi al domani, ci vuole tempo e su questo il Partito Democratico ha preso degli impegni precisi.

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