Come vorremo il nostro Paese fra 20 o 30 anni?

Il rapporto annuale Istat fotografa un aumento vertiginoso delle disuguaglianze sociali all’interno della piramide sociale. La distanza fra i vari gradini della piramide è sempre più marcata: la classe operaia è quasi scomparsa; il ceto medio è più impoverito e sempre più spesso sono gli anziani a garantire la sussistenza delle famiglie.

Potere d’acquisto e occupazione

Le disuguaglianze sono legate al reddito e alla mancata redistribuzione del reddito. I nuclei familiari più ricchi riescono a spendere in consumi più del doppio di quanto riesce a spendere una famiglia alla base della piramide, rispettivamente 3810€ (20% delle entrate) e 1697€ (62,2% delle entrate) mensili. Se per la prima fascia, pesano soprattutto le spese per servizi, bisogni ricreativi e culturali, per la seconda pesano le spese per i bisogni primari: alimentazione e abitazione.

E’ evidente lo squilibrio che si è creato. Da questo, derivano minori opportunità per quest’ultimo gruppo di famiglie, nonostante abbiano livelli d’istruzione superiori rispetto al passato. Nei nuclei familiari della “classe dirigente”, al vertice, 9 occupati su 10 svolgono, invece, una professione qualificata. Infatti abbiamo il blocco dell’ascensore sociale, che non riesce a portare ai vertici chi proviene dalla base della piramide. Il Sud mantiene il triste primato dei gruppi  sociali con profili più bassi, livelli che arrivano a raddoppiare con la presenza di stranieri nel nucleo familiare.

I giovani e lavoro

L’Italia è, inoltre, il Paese più vecchio d’Europa considerato che il 22% della popolazione ha più di 65 anni. Per contro, in dieci anni la fascia d’età 18-34 è diminuita di oltre un milione di persone, ed è chiaro lo sbilanciamento che si è creato all’interno della società. La stessa fascia d’età, peraltro, fatica ad inserirsi nel mondo del lavoro nonostante gli alti livelli d’istruzione. Il 42,4% dei lavoratori under 35 svolge un lavoro che richiede una qualifica inferiore a quella che ha conseguito, con evidenti conseguenze sull’autonomia di questa fascia di popolazione. Non è un caso che quasi il 70% viva ancora a casa con i genitori, che di solito sono famiglie di operai in pensione o donne anziane e sole.

La disuguaglianza non riguarda solo la distanza fra le classi, ma anche la composizione interna delle classi. Infatti, la frammentazione e la precarizzazione ha fatto sì che crescesse il divario fra le professioni. La polarizzazione del lavoro ha comportato la progressiva scomparsa delle professioni intermedie e un aumento di quelle poco qualificate. Se è vero che l’occupazione è in crescita, è anche vero che ancora non abbiamo raggiunto i livelli pre-crisi. Aumenta l’occupazione per i lavori non qualificati, ma diminuisce nei settori dell’industria e dell’artigianato, che continuano a calare ogni anno. Nello specifico, l’industria ancora non ha raggiunto i livelli di occupazione del 2008. La crescita del nostro Paese è concentrata per il 95% nel settore dei servizi: trasporti e magazzinaggio, alberghi e ristorazione e i servizi alle imprese. Non a caso il settore su cui confluiscono le spese dei  i nuclei familiari più abbienti.

Il compito della politica, la sfida che tutti noi abbiamo di fronte è risanare la frattura che si è creata fra generazioni e fra le fasce stesse della popolazione. La Sinistra ha questo compito, che è sempre stato nel suo DNA: fornire le alternative adeguate per ridurre le disuguaglianze. Se il 6,5% della popolazione rinuncia alle cure mediche, se più di 1 milione e mezzo di persone vive in un regime di povertà assoluta, l’ingranaggio si è inceppato.

Il Paese che vorrei

Servono politiche redistributive degne di questo nome e un rilancio intelligente dello Stato sociale, inteso non come “assistenzialismo” ma come supporto alle sfide del futuro in tutti i settori della nostra economia.

Si tratta di fermarsi e pensare: come vorremo il nostro Paese tra 20 o 30 anni?

Definire l’obiettivo. Occorre pensare a investimenti strategici, sulle infrastrutture, sulla mobilità sostenibile per esempio, sull’economia circolare, sulla ricerca e l’innovazione. Io vorrei un Paese che ripensasse all’industria in una nuova ottica, quella della sostenibilità ambientale.

Occorre rimodulare la leva fiscale finalizzata alla crescita e all’inclusione sociale, per non lasciare indietro nessuno. Tutto questo poi, incide sul lavoro, sui livelli di occupazione e soprattutto sulla qualità del lavoro.

Vorrei un Paese che metta in moto tutti quei meccanismi virtuosi che possono fare dell’Italia un Paese realmente competitivo, che cresce e ha a cuore il benessere dei suoi cittadini.

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