Buoni Pasto per i lavoratori: la mia interrogazione ai Ministri dello Sviluppo Economico e del Lavoro

Il buono pasto è uno strumento di pagamento per i lavoratori dipendenti, sia del settore pubblico che privato, per prodotti alimentari e i pasti, attivo in Italia dagli anni ’60. I numeri parlano di oltre 2 milioni di lavoratori che ne fanno uso attualmente, quindi all’incirca il 40% di coloro che pranzano fuori casa. La situazione che al momento sta creando criticità dagli esercenti è dovuta agli appalti con le società pubbliche e/o a partecipazione pubblica che, agendo con la logiche delle gare d’appalto, molto spesso si ritrovano nelle condizioni di arrivare ad avvantaggiare unicamente chi presenta l’offerta più al ribasso, con le conseguenze sia fiscali che pratiche che questo comporta.

A tal fine ho presentato alla Camera un’interrogazione su questo tema. Qui di seguito il testo.

Al Ministro dello sviluppo economico, al Ministro del lavoro e delle politiche sociali . —
Per sapere – premesso che:
il buono pasto si configura come uno strumento estremamente flessibile per i lavoratori, in tutte le ipotesi in cui le imprese o gli enti pubblici e privati con i quali collaborano non ritengono opportuno o conveniente dotarsi di una mensa aziendale;
i soggetti che sono coinvolti nel processo di utilizzo di questo mezzo di pagamento sono i datori di lavoro, le società emettitrici, gli esercizi erogatori dei servizi di ristorazione e i lavoratori: le società emettitrici, che si avvalgono di una più o meno vasta rete di affiliati/convenzionati, promuovono e vendono i buoni pasto ai datori di lavoro che provvedono a somministrare gli stessi ai propri lavoratori. I lavoratori-utilizzatori ricevono la prestazione di servizi sostitutivi di mensa dietro semplice presentazione del titolo, che viene ritirato dal locale convenzionato e successivamente restituito alla originaria società emettitrice con contestuale emissione di fattura volta al riconoscimento di un corrispettivo;
il valore del buono pasto, fino all’ammontare di euro 5,29 e di euro 7,00 dal primo luglio 2015 per i buoni pasto in forma elettronica, è esente da oneri contributivi e previdenziali per il datore di lavoro e da trattenute fiscali per il dipendente;
secondo i dati forniti da associazioni di settore, in Italia, oltre il 40 per cento dei lavoratori che pranzano fuori casa per motivi attinenti all’attività lavorativa, usufruirebbero del buono pasto quale strumento di pagamento: le statistiche parlano di 2,5 milioni di lavoratori circa, suddivisi tra settore privato (1,6 milioni) e pubblico (900.000); gli esercizi convenzionati sono circa 120.000 e nella quasi totalità si tratta di piccole e medie imprese. Le aziende e le pubbliche amministrazioni clienti sono circa 80.000;
a fronte di tale consenso e diffusione, si rilevano forti criticità segnalate soprattutto dagli esercenti che segnalano principalmente le problematiche relative ai contratti di appalto con la pubblica amministrazione e con le grandi società a partecipazione pubblica e privata che, essendo gestiti attraverso gare con la logica del massimo ribasso, avvantaggerebbero esclusivamente chi presenta lo sconto maggiore sul valore facciale del buono e questo a discapito degli esercenti, costretti a riconoscere commissioni sempre più alte, situazione che riguarda anche molti grandi clienti privati, ad esempio i gruppi bancari, con ribassi per l’aggiudicazione che sfiorano il 20 per cento del valore nominale del buono pasto: secondo la Fipe-Confcommercio, lo sconto che i committenti pubblici e privati ricevono ogni anno sul valore dei buoni pasto immessi sul mercato, ammonterebbe a circa 500 milioni di euro e sarebbe stato possibile grazie al sacrificio dei margini degli esercenti, tra l’altro ulteriormente penalizzati dalla lungaggine del processo di rimborso dei buoni pasto incassati da parte delle società emettitrici;
altra criticità segnalata, in questo caso solo per i buoni pasto elettronici, riguarda la mancata previsione di un «pos» universale capace di leggere tutte le tessere in circolazione, costringendo gli esercenti a tenere più di un pos (uno per ciascun circuito di pagamento dei ticket) e ad affrontare così spese di gestione moltiplicate per il numero dei pos, sotto forma di affitto annuale e di spese operative in quanto ogni terminale necessita di connessione dati ed alimentazione elettrica –: quali iniziative di competenza i Ministri interrogati ritengano di porre in essere in relazione alle problematiche esposte in premessa.

1 Commento

  1. da ristoratore che ha dovuto rivolgersi ad un legale per cercare di farmi pagare alcune fatture(non è detto che ci riesca!)vorrei segnalare un’anomalia:tra i miei clienti ne ho alcuni che si son visti cambiare il buono pasto da una socetà all’altra perchè dipendenti di enti pubblici che debbono,per legge,accettare l’offerta migliore,quindi CONSIP.L’anomalia nasce quando ad un certo punto sui buoni di questi lavoratori ,la dicitura CONSIP,sparisce e questo comporta che lo sconto da applicare in fattura passa(nel mio caso)dal 4,85% al 11% ed il pagamento slitta a 60 gg s.b.f. .Per me non è normale.
    BUON LAVORO
    GIUSEPPE DA CAMPO

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